Il regalo di Lisa ...

 





Il regalo di Lisa



di Cristina Nera
con le illustrazioni di Chiara Renda
Quando ero giovane lavoravo in un bosco: non era un bosco come tutti gli altri, secondo me era un po’ incantato. Aveva alberi vecchi ed immensi con storie incredibili da raccontare a chi sapeva ascoltarle e c’erano angoli nascosti dove i colori e i profumi erano quelli delle foreste incontaminate Eppure questo bosco è poco lontano da una grande città e l’autobus accompagna quasi all’ingresso con il vecchio cancello verde tutti quelli che sono stanchi dell’asfalto, del rumore e della televisione sempre accesa su programmi che urlano e insultano. Nell’antico bosco, a due passi dal fiume Ticino, guidavo i visitatori a scoprire piccole meraviglie nascoste: fra i sentieri gli occhi di tutti si aprivano e vedevano il volo della ghiandaia ; le orecchie sentivano il battito del picchio sui tronchi cavi nel sole del giorno; le piccole mani dei bambini sfioravano le ruvide cortecce. Mi piaceva tutto quel che facevo in quella foresta, ma ciò che veramente mi entusiasmava era il soccorso agli animali selvatici in difficoltà. Spesso accoglievo rapaci feriti o caduti dal nido, ma anche volpi, tassi, cinghiali, daini e faine che uomini crudeli o tragici incidenti avevano fatto soffrire.
La storia che voglio raccontarvi narra di una piccola faina: in quella primavera di qualche anno fa quattro cuccioli di questa specie, a torto ritenuta dall’uomo dannosa, infida e crudele, erano stati portati al centro visite del bosco ancora neonati, totalmente indifesi e bisognosi di cure. I volontari li chiamavano “i gemelli”, anche se in realtà erano fratelli a coppie: Diego e Pablo provenivano da un solaio che era stato ripulito, togliendo dalla tana anche i due piccoli che una mattina erano spariti per sempre dal loro rifugio per essere affidati ad una nuova mamma umana;
Burt e Lisa erano invece stati trovati ai margini di una strada, vicino al corpo della loro mamma investita da un’auto. I miei gemelli avevano circa due settimane di vita e li nutrivo con latte di capra; mangiavano ogni due ore, di giorno e di notte e Lisa in particolare aveva problemi a succhiare con il biberon…sembrava non avesse mai fame, aveva spesso il mal di pancia e persino una brutta polmonite. Per crescerla sono diventata pazza: non dormivo mai.
Gli altri cuccioli diventavano ogni giorno più forti e vivaci, mentre Lisa era piccola e debolissima e la veterinaria mi diceva di prepararmi al peggio perché secondo lei quella faina non sarebbe mai diventata adulta. Eppure Lisa ce l’ha fatta…la sua voglia di vivere e la mia spaventosa testardaggine hanno vinto sulla sfortuna e sulle previsioni di tutti: un bellissimo giorno ha cominciato a mangiare, con più golosità degli altri gemelli, e al primo assaggio della carne Lisa è stata la più vorace, la più determinata e in un attimo quel cucciolo peloso e malato si è trasformato in una vera faina, predatrice e velocissima.
Da quel momento i cuccioli hanno smesso di tornare a casa con me: non dovevo più allattarli ed era meglio che restassero nel grande box nel bosco perché la vicinanza con gli umani non è un bene per gli animali selvatici che per sopravvivere ci devono stare il più lontano possibile dalla nostra specie. Con il passare dei giorni i gemelli sono stati trasferiti in un recinto circondato dagli alberi; tre volte al giorno andavo da loro per portargli il cibo, che variavo per abituarli a ciò che avrebbero potuto trovare in natura.
Oltre a me nessun altro umano entrava nel recinto delle faine: quando arrivavo i cuccioli uscivano dalla loro tana di legno e mi salutavano arrampicandosi sulle mie spalle, mordendomi, senza mai ferirmi veramente, la faccia, il collo e i capelli. Poi mangiavano, a volte prendendo il cibo dalle mie mani, fidandosi di me
così ciecamente da commuovermi ogni volta. Riconoscevano il mio odore, la mia voce ed il mio passo, tanto è vero che, all’avvicinarsi di un’altra persona, scappavano a nascondersi nella cassetta che avevamo costruito per loro.
Quindici giorni prima di aprire il recinto, lasciando loro del cibo nel caso in cui non fossero stati in grado di procurarselo nel bosco, ho smesso di toccarli e non ho più lasciato che mi saltassero in braccio: ho fatto come avrebbe fatto mamma faina, allontanandoli da me per renderli più forti e indipendenti. I cuccioli uscivano di notte dal recinto e vi ritornavano di giorno, a dormire dove si sentivano sicuri e protetti.
Poi sono veramente diventati grandi: trovavo di rado le loro impronte intorno alla tana ed anche il cibo che preparavo per loro rimaneva intatto o veniva mangiato da altri animali di cui riconoscevo le tracce. Erano passati due mesi: pensavo spesso a Diego, Pablo, Burt e Lisa, ma non li avevo più visti finché un pomeriggio un volontario mi ha chiamato urlando come un pazzo: “Kiccaaa!!! Vieni subito, c’è una faina sul fienile…è ferita, si lascia avvicinare…la prendo?!?” Non ho avuto il tempo di uscire dal centro visite ed ho sentito il grido del ragazzo che era stato morso, non gravemente, dalla faina.
“Non si lascia prendere, Kicca, è salita sul tetto…come facciamo? Ha un occhio messo malissimo…ma come si fa a catturare un animali veloce come una faina?” Sono rimasta ferma in piedi davanti al fienile ed ho guardato in su: ho visto Lisa con un occhio ormai compromesso ed una grave emorragia in corso…cercavo di pensare velocemente, volevo riprodurre quella specie di miagolio di saluto che facevo ai gemelli prima di nutrirli, ma non è stato necessario. Lisa mi ha visto, ho forse ha solo sentito il mio odore e la mia voce che la chiamava, ed è scesa, agile e bellissima come solo le faine sanno essere, mi è saltata tra le braccia ed è rimasta lì, tranquilla, fiduciosa. Mi ha guardato dolcissima con l’unico occhio sano che le era rimasto e ha chiesto aiuto alla sua mamma umana.

Siamo corsi dalla veterinaria e Lisa si è addormentata mentre io le tenevo la zampina; l’intervento chirurgico le ha salvato la vita e per qualche giorno di convalescenza l’ho accudita ancora come quando era piccola e malata e siamo, per un poco, tornate ad essere madre e figlia. Dopo una decina di giorni ho riaperto la porticina del suo rifugio e Lisa è uscita subito, ma prima di andare via a vivere libera come tutti gli animali selvatici meritano di fare, mi ha guardata ancora a lungo. Io la vedevo poco, avevo un sacco di maledette lacrime negli occhi, ma è stato un momento unico, magico e solo mio, il regalo bellissimo che Lisa
mi ha fatto, insegnandomi che madre e figlia non devono per forza appartenere alla stessa specie.
Pubblicato su Piccole Impronte - Giornalino della LAV (Lega Anti Vivisezione)
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