I COMBATTIMENTI DEI CANI



La frequenza delle testimonianze archeologiche relative al combattimento di cani nelle grandi civiltà dell'Antichità porta a supporre che tale cruenta pratica sia sviluppata più o meno di pari passo con l'addomesticamento del cane ed il suo utilizzo in pratiche eticamente meno discutibili. Il ricorso al canide domestico quale supporto nell'abbattimento di selvaggina pericolosa (cinghiali e orsi) ed il suo ben testimoniato impiego in campo bellico (cane da guerra), concorsero certamente a gettare le basi per la forma "pervertita" d'impiego della propensione alla lotta di determinate razze canine.

Nella Penisola italiana, l'organizzazione dei combattimenti di cani data al termine dell'Età del Bronzo e si lega strettamente con la genesi dei giochi gladiatori. Il phersu degli Etruschi, ritenuto l'antesignano dei successivi gladiatori romani, era appunto un combattente armato di clava che aizzava contro l'avversario (solitamente un condannato a morte) un cane che è lecito supporre fosse appositamente addestrato alla lotta uomo-vs-animale. Nel successivo contesto dei grandi giochi diffusi nelle terre dell'Impero romano, il combattimento tra cani ed il combattimento uomo-vs-cane ebbe larga diffusione, portando, alla selezione di apposite razze, i canes pugnaces, delle quali il cane corso potrebbe essere l'erede.

Mentre i combattimenti di cani si diffondevano a Roma, anche dall'altra parte del mondo, in Cina, il cruento spettacolo della cinomachia diveniva fenomeno di costume. Data alla Dinastia Han la selezione di una razza canina deputata alla lotta: lo Shar Pei, lett. "pelle di sabbia". L'animale, allora molto diverso dalla razza "americanizzata" nel corso del XX secolo, aveva infatti, oltre alla corporatura solida e scattante del combattente, una pelle ed una pelliccia più resistenti ai danni, in grado cioè di prolungare il sanguinoso spettacolo del combattimento.

I combattimenti tra cani sono illegali in tutti i paesi.

In Italia, in base alla Legge 20 luglio 2004, n. 189, articolo 1, chiunque organizza combattimenti tra animali è punito con la reclusione da 1 anno a 3 anni e con la multa da 50 000 euro a 160 000 euro.

Rottweiler, Bull Mastiff, Pitbul e Dogo Argentino, sono le razze che la piccola e grande criminalità preferisce per i loro affari. Li prendono cuccioli con l'unico obiettivo di farli diventare macchine da combattimento. Li addestrano fin da subito, stimolando la loro aggressività picchiandoli o lasciandoli senza cibo.

Tutto questo naturalmente avviene in un’omertà assordante nelle varie zone di Roma. I Castelli Romani ad esempio sono uno dei luoghi preferiti per i combattimenti; lì infatti è più facile rimanere inosservati fra la folta vegetazione delle campagne.

Ma i combattimenti si svolgono anche nelle ville dell’Appia, dove facoltosi scommettitori mettono a disposizione i loro giardini e rimane immune dal fenomeno neanche il litorale romano, luogo anch’esso in mano alla criminalità organizzata. Insomma una vera e propria “zoomafia”, come l'ha definita la Lav.

Pur essendo molte le decine di cani sequestrati dalle autorità giudiziarie nel corso di varie inchieste collegate ai combattimenti, il giro di affari sembra non voler conoscere fine.

Molti lo fanno per soldi, altri per puro e macabro divertimento.
Il racconto di un testimone:
“L’appuntamento era in un villone alle porte di Roma. Eravamo tutti uomini tra i 20 e i 60 anni. Prima dell’incontro si raccolgono le scommesse. Appena concluso questo passaggio, è iniziato il combattimento. Alcuni durano anche 4 ore, altri solo 20 minuti. Quello a cui ho assistito io era fra un Pitbull e un Rottweiler. Sembrava un film, ma era tutto vero. Il cane dominante ha azzannato alla gola e poi all’addome quello più debole. Sangue ovunque e latrati, fino a quando le ferite diventate mortali hanno dichiarato vincitore il Rottweiler, a cui tutti, incitati dal padrone, hanno applaudito”.

Ma che fine fanno i cani mal ridotti da ferite incurabili? Un volontario di un canile racconta che in molti vengono portati qui dove il recupero diventa davvero difficile. Non si fidano dell’uomo e la loro spiccata aggressività non facilita l’approccio iniziale.

Questo è quando sono fortunati ad arrivare qui. Molti purtroppo, subito dopo il combattimento vengono finiti con una sparachiodi e seppelliti. Il loro “sporco lavoro” per gli scommettitori e i criminali senza scrupoli tanto l’hanno già portato a termine.



L'American Pit Bull Terrier ("toro da combattimento") è un vero e proprio animale da laboratorio. E' un incrocio ottenuto negli Stati Uniti fra il Bull Terrier e l'American Staffordhire Terrier. Oltre ad avere una potenza mascellare devastante, questi cani sono una perfetta macchina da guerra, con caratteri di cattiveria, resistenza, potenza ed obbedienza. Tutte caratteristiche create dall'uomo, che istiga ed addestra i Pit Bull con metodi crudeli e violenti, allo scopo di renderli sempre più aggressivi. Prima del loro arrivo in Italia i combattimenti venivano praticati con mastini, doberman, pastori tedeschi ed altri cani da difesa.
L'allenamento è un momento di particolare importanza, dal quale dipende la nascita o meno di un campione. I cani vengono addestrati prima per sviluppare la muscolatura, con la corsa estenuante dietro ai motorini, poi, in un crescendo sadico e raccapricciante, si passa alla dentatura.

Ed ecco le prese sui copertoni legati sino a dieci metri dal suolo, che obbligano il Pit Bull a stare sollevato nel vuoto con il rischio di sfracellarsi al suolo; il pezzo di carne legato ad un filo di acciaio, che viene tirato mentre il cane sta per azzannare il cibo, cosicché l'animale serra le mascelle sul ferro; le cannole piene di ferro tenute in bocca per delle ore.

Non manca l'uso di collari elettrici: ogni volta che un cane non si comporta come esige l'istruttore, è punito con una scarica di corrente.

Le sevizie più gravi servono per insegnare ai Pit Bull particolari segnali di attacco: a questo scopo, ad esempio, si spegne sulla loro testa il mozzicone di una sigaretta, si provoca la cattiveria dell'animale con le botte, chiudendolo in un sacco e picchiandolo con spranghe e calci per farlo infuriare.

Non mancano casi in cui questi cani vengono progressivamente drogati con anabolizzanti e con anfetamine.

Infine i primi approcci contro gli animali. Giorni di digiuno che hanno la loro conclusione quando i Pit Bull vengono nutriti con animali feriti appositamente, quasi sempre gatti, vengono aizzati contro cani da passeggio, tenuti al guinzaglio dai loro proprietari.

Dopo l'allenamento, arrivano i primi incontri. A finire tra le mascelle dei Pit Bull come cavie sono i randagi, animali riscattati di qualche canile privato o rubati. Le scelta cade su cani di media e grossa mole, che vengono legati ad un palo e aggrediti dai giovani Pit Bull. In alcuni casi le vittime d turno sono rozzamente addestrate ed altrettanto rozzamente acconciate, con taglio di orecchie e code o, addirittura, vengono cavati loro i denti per evitare che azzannino gioielli degli allevatori.

Un buon cane, non ancora campione, viene venduto i un prezzo che va dai 5 a 10 milioni. I cuccioli sono valutati 2-3 milioni. I pezzi migliori, provenienti dalla California, 50 milioni. Nei grandi incontri si puntano anche 50-60 milioni, ed un campione combatte una, massimo due volte l'anno. Il resto del tempo t necessario per la guarigione delle ferite riportate nell'incontro precedente e per l'allenamento.

L'indotto economico coinvolgi bookmakers, veterinari, medici infermieri, farmacisti, produttori video, proprietari di capannoni o terreni, negozianti di prodotti animali.

Anzitutto Campania, ma anche Puglia, Calabria e Sicilia sono li regioni dove la criminalità organizzata punta al business dei cani d; combattimento, ma il fenomeno i in espansione in Veneto, Piemonte, Lombardia, Abruzzo, Lazio.

Purtroppo, come nei casi di aggressione all'ambiente, la nostra legislazione è carente nella repressione di questo fenomeno. Per i momento, contro il crescente i vorticoso business dei combattimenti fra cani si potrebbe modificare la legge 13 dicembre 1989, n 401, estendendo alle scommessi su questa giostra crudele le sanzioni (da sei mesi a tre anni di reclusione) attualmente previste per il Toto nero.






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