LA MALAFEMMENA



Il termine malafemmina, o meglio - stando al Dizionario Napoletano - malafémmena, prende la definizione di prostituta, donna volubile in amore.

Non sono da escludere le definizioni di donna di malaffare, donna che fa soffrire, affascinante ed irraggiungibile, indifferente (quasi ai limiti del sadismo) alle pene d'amore che fa passare al "malcapitato" che se ne innamora, donna cattiva, in quanto il termine, come molti altri termini, nella lingua napoletana assume vari significati a seconda della discussione nella quale viene utilizzato.

Il termine, benché a torto usato come un insulto dalla gente comune, è divenuto di buona notorietà nel Novecento con la diffusione delle opere di teatro popolare partenopeo, fra le quali la "sceneggiata napoletana", nelle quali veniva attribuito ad adultere o prostitute, ma anche a ballerine, canzonettiste (o "sciantose") che intendessero frequentare giovanotti di buona famiglia. Il classico trio dei personaggio della sceneggiata stessa, infatti, prevedeva "isso", ovvero il "lui", il ragazzo di buona famiglia sedotto dalla "essa", cioè la "lei", la donna di facili costumi e "'o malamente", ovvero il guappo del quartiere che riveste un ruolo nella triade.

Malafemmena è una canzone scritta da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta La Canzonetta 1951 e fu assegnata a Mario Abbate che la incise su disco Vis Radio. Fu, in seguito, portata al successo da Giacomo Rondinella.

Ne ebbe un grande successo anche l'interpretazione di Teddy Reno nel film Totò, Peppino e la... malafemmina di Camillo Mastrocinque (1956).

La canzone, scritta in napoletano, parla in termini drammatici di un amore contrastato per una malafemmena, che in questo caso assume il significato di donna affascinante e che fa soffrire, quasi insensibile, malvagia: indifferente alle pene d'amore che infligge al proprio innamorato.

Chi fosse la vera musa ispiratrice della canzone Malafemmena si è saputo decenni dopo grazie alle dichiarazioni di Liliana de Curtis, figlia dell'autore Totò. A lungo era diffusa la credenza che Malafemmena fosse stata scritta per l'attrice Silvana Pampanini, conosciuta su set di 47 morto che parla, la quale aveva rifiutato la sua offerta di matrimonio. Liliana de Curtis ha affermato che la canzone fu scritta in realtà per la madre, Diana Bandini Lucchesini Rogliani, moglie di Totò, come risulta anche dalla dedica acclusa al testo della canzone depositato dall'autore presso la SIAE: A Diana. La moglie Diana sarebbe stata, infatti, colpevole di essere venuta meno a una promessa che i coniugi si erano scambiati: anche se ufficialmente separati avevano concordato di convivere nella stessa casa e condividere anche il talamo come fidanzati sino al raggiungimento del diciottesimo compleanno della figlia Liliana; ciò di fatto concedeva all'uomo Totò una situazione di considerevole vantaggio mentre alla ex moglie Diana una posizione di sudditanza anche per dover subire le infedeltà da parte del marito; dopo l'ennesimo tradimento Diana lasciò invece Totò per sposare l'avvocato Michele Tufaroli.



La canzone è considerata il maggior successo musicale di Totò ed è stata riproposta in una grande quantità di interpretazioni.
Il grande artista ebbe una vita sentimentale tumultuosa, ma amò veramente solamente una donna: sua moglie Diana Bandini Rogliani, madre della sua unica figlia, Liliana.
Il loro legame è un esempio di ‘amour fou’, in cui gli amanti non possono vivere né insieme, né divisi. Quando si conobbero, a Firenze, durante uno spettacolo, lui aveva più di 30 anni ed era già un attore abbastanza noto, mentre Diana, appena quindicenne, viveva in un collegio di suore. Scappò per amor suo e, inizialmente, visse con lui in albergo. Egli la forgiò a sua immagine, vivendo un rapporto di grande attrazione fisica, complicità e tenerezza, ma anche piuttosto conflittuale: erano amanti, fratello e sorella, madre e figlio. Con lei, Totò sentiva di potersi aprire completamente. 
 
Un amore, però, avvelenato dalla morbosa gelosia di Totò. Lui prese l’abitudine di chiuderla in camerino, mentre recitava, roso dai sospetti, “perché”, diceva, “ci si può sentire traditi anche soltanto con gli occhi”. Una sera, durante uno spettacolo, smise di recitare e scese in sala urlando ad un corteggiatore indiscreto che stava fissando Diana, dicendogli davanti a tutti: “Violare la proprietà privata è un reato punito dalla legge”! Quando Diana rimase incinta, lui dubitò persino di essere il padre. Da giovane aveva contratto una forma di otite ed era convinto di essere sterile. La gelosia ha sempre gettato un’ombra sul loro rapporto, anche se ciò non ha impedito loro di essere felici, soprattutto quando la passione si stemperava nella tenerezza, come accadde durante il loro primo Natale, in cui lei gli preparò un presepe e lui, commosso per non averne mai avuto uno prima, si definì “un bambino felice”. La loro vita coniugale fu sempre alternata da furibonde litigate e tenere riappacificazioni, periodi di intesa e passione e ‘scappatelle’ sopportate dolorosamente da Diana. Nel timore di essere tradito, nel 1939 Totò chiese e ottenne il divorzio in Bulgaria, facendolo poi deliberare in Italia – un espediente giuridico assai costoso che veniva adottato, a quei tempi, solo da qualche celebrità - pur continuando a vivere con la moglie: era il suo modo ‘folle’ per esorcizzare l’incubo delle ‘corna’. “Per ritrovare l’amore”, le disse un giorno, “voglio tornare celibe e scoprire il gusto di averti al di fuori di ogni vincolo ufficiale”. Una situazione distruttiva, per entrambi, costellata di crudeltà e di cattiverie inflitte alla moglie e destinata necessariamente a concludersi con un addio. Ma nel cuore rimasero sempre uniti. Diana si risposò con l’avvocato Michele Tufaroli e fu sempre infelice. Totò sprofondò nello sconforto assoluto e le dedicò anche un’altra canzone, ‘Nemica’, sul tema dell’amore - odio. Si concesse numerosi fidanzamenti e, alla fine, decise di voltare pagina quando conobbe Franca Faldini, la donna con la quale si fidanzò ufficialmente convocando una conferenza stampa, al fine di confermare l’importanza di un legame destinato a durare diciotto anni.
 
Dopo il corteggiamento pubblico di Totò a Silvana Pampanini, sua partner nel film ‘47 morto che parla’, Diana, esasperata per i presunti tradimenti, decise di risposarsi. Totò allora iniziò a tormentarsi in balia dei rimorsi, di rimpianti e anche di un’aspra voglia di vendetta, perché secondo lui l’unica responsabile della fine del loro matrimonio era la moglie, colpevole di aver sopravvalutato le sue ‘scappatelle’. Silvana Pampanini non aveva mai preso in considerazione l’idea di sposarlo. E Diana, minacciando di unirsi a un altro uomo, gli si era rivoltata contro “come un serpente”, lasciandolo solo. L’unico conforto era la musica. E fu così che compose quella meravigliosa e romantica melodia. Il titolo del brano, ‘Malafemmena’, non sottintende un significato moralmente dispregiativo: nella cultura partenopea, il termine viene riferito nei confronti di quelle donne con un carattere combattivo, fortemente passionali. In seguito, Silvana Pampanini, in buona fede, si prese la ‘gloria’ di aver ispirato la canzone, togliendo a Diana quest’ultima soddisfazione.





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