LA STORIA DEL CANTO



Già nel pensiero platonico si afferma il valore educativo del canto; nella storia della pedagogia, tale valore viene variamente ribadito: dagli educatori della Riforma, fra cui Lutero, dai quali il canto, considerato disciplina altamente educativa, fu introdotto nelle scuole per il popolo, alla riforma Gentile (1923) nella quale l'insegnamento della musica e del canto venne strutturato in un programma di educazione teorica e pratica, fino a R. Agazzi che nell'Abbicì del canto educativo espone le sue teorie in proposito considerando l'attività del canto inserita, insieme alla lingua e alla recitazione, in un unico processo espressivo che l'insegnante deve stimolare e guidare. Insieme alla musica in genere, il canto è determinante nella creazione di un ambiente di “scuola serena”, quale la scuola attiva e le prospettive di una scuola permanente richiedono. Dal punto di vista strettamente didattico, il canto è da sempre considerato come propedeutico all'apprendimento musicale divenendo supporto fondamentale di tutti i metodi didattici che nell'ultimo secolo sono stati perfezionati per l'apprendimento della musica: dal metodo Dalcroze, al Bassi, al Kodály, all'Orff, ad altri ancora.

Nel Medioevo Cristiano, l’unico genere di musica ufficialmente riconosciuto era quello sacro liturgico.

Con “canto gregoriano” si intende la monodia liturgica in lingua latina della Chiesa di Roma, diffusasi nel Medio Evo nel Sacro Romano Impero: essa risente soprattutto degli influssi della tradizione greca ed ebraica, ma anche di quella mozarabica e bizantina.

Il canto gregoriano era trasmesso unicamente per tradizione orale e quindi, con la diffusione del Cristianesimo, nelle diverse abbazie nacquero forme di notazione utili alla memorizzazione e repertori local. Tra questi: il canto ambrosiano dal nome di S. Ambrogio (339 ca. - 397) vescovo di Milano, il canto di rito beneventano nei monasteri di Benevento, Cassino e di tutta l’Italia Meridionale, il canto di rito gallicano in Francia, quello mozarabico in Spagna e quello romano nell’Italia centrale.




Il passaggio dai repertori locali ad uno comune avviene con S. Gregorio I Magno (590 - 606) con il canto gregoriano: si tratta di melodie molto semplici omofoniche prive di accompagnamento.

I migliaia di canti che compongono il totale repertorio gregoriano sono classificabili in diverse forme: salmi, inni, cantici, graduali, antifonari, responsoriali, diretti, sillabici, melismatici, ..

Lo stile di un canto gregoriano sillabico o neumatico o melismatico, a seconda della prevalenza della caratteristica stilistica in quel canto, oltre che estremamente interessante dal punto di vista storico, è anche un utile esercizio tecnico che arricchisce la cultura musicale di ogni cantante..

Il canto fermo è il nome dato al canto gregoriano nel tempo in cui, perduta l'originaria varietà ritmica, questo veniva eseguito con andamento solenne e valori ritmici quasi tutti uguali. Canto fermo è contemporaneamente il nome dato al disegno melodico che serve da base a una costruzione contrappuntistica e viene generalmente presentato in valori lunghi e uguali. La coincidenza dei due significati non è casuale: dal sec. XII per gran parte della storia della polifonia le melodie gregoriane sono servite come fonte per il canto fermo. La tecnica di composizione su canto fermo è infatti uno degli aspetti fondamentali della storia della polifonia e ha conosciuto grande varietà di applicazione.

Il canto fratto è il nome dato in epoca medievale alla musica avente definiti valori ritmici: quindi alla musica polifonica, che diversamente da quella monodica esigeva, perché le voci procedessero ordinatamente, valori precisi. È detto anche cantus figuralis, figuratus, mensuratus: figurae sono infatti i valori ritmici, che possono essere divisi in elementi di diversa durata. Il canto fratto veniva contrapposto al cantus planus o choralis che indicava il canto monodico liturgico.

Il canto piano è il nome dato al canto gregoriano a partire dal sec. XIII ca., in contrapposizione al canto polifonico detto fractus o mensuratus. È probabile che il nome sia derivato dall'omogeneità ritmica del canto gregoriano seguita alla perdita del duttile e delicato ritmo originario, che non poteva trovare precisa fissazione grafica.



Nell’ Antica Grecia il canto professionistico era affidato solo alle voci maschili.
Per gli amanti della cultura greca riporto di seguito la differenziazione  tra le voci:

Netoidi: voci acute usate nel canto solistico e virtuosistico
Mesoidi: voci intermedie, ricorrenti nel canto popolare e corale
Ipatoidi: voci gravi, caratteristiche del canto degli attori delle tragedie

Erano utilizzate anche le “voci bianche” , cioè quelle dei ragazzi prima della pubertà.
Le donne non potevano diventare cantanti professioniste, ma la voce femminile era molto apprezzata. Chi di voi non ricorda il canto delle sirene, creature metà pesci e metà donne, che con la loro voce melodiosa facevano perdere il senno e la rotta ai naviganti, che andavano a morire sugli scogli della loro isola. Ulisse, turate con la cera le orecchie dei suoi compagni, si fece legare all’albero della nave per poter ascoltare il loro canto…

Nell’Antica Roma lo studio dell’arte oratoria includeva la conoscenza di “espedienti” per rafforzare le voci e arricchirle di particolari inflessioni; di ciò se ne avvantaggiò l’eredità lasciata dai greci.
Così come i greci, anche gli antichi romani ignoravano l’armonia e la polifonia.
Nell’antica Grecia, la musica veniva raffigurata con un andamento “discendente”, tutto a voler simboleggiare che la musica era divina e ci perveniva dall’alto degli dei fin su la terra, quasi come in dono.

Col canto, Orfeo riuscì a strappare Euridice alla morte. Al canto, dunque, i Greci attribuirono un mitico potere sovrannaturale. Questo potere sopravvive nelle grandi personalità della musica lirica, ad esempio Enrico Caruso o Maria Callas, divenuti a loro volta miti.  Dai Greci ad oggi, il canto ha avuto però compiti differenti. È stato alternativamente un mezzo ed un fine. È nato per enfatizzare la parola, come mezzo di comunicazione; è divenuto un godimento estetico fine a se stesso.  Nella tragedia greca era considerato un mezzo per dare più intensità ai commenti del coro. Al contrario, nell`opera settecentesca, il canto era fine a se stesso: si esauriva nello stupore suscitato dai prodigi virtuosistici dei castrati (furono detti castrati i cantanti maschi che avevano subito la castrazione prima della pubertà, allo scopo di mantenere la voce acuta in età adulta), usignoli artificiali che la cultura illuminista del settecento considerò veri e propri mostri. Il canto, dunque, ha seguito l’evoluzione del pensiero e della moda, ma in realtà, ha oscillato sempre fra questi due estremi (al pari della musica), tra forma e contenuto.  Una volta il grande tenore Gilbert Duprez, l'inventore del do di petto (con il termine celeberrimo di "do di petto" è stato, e continua ad essere, impropriamente indicato il do eseguito dai tenori romantici e post-romantici con voce piena, laddove tale nota veniva precedentemente emessa in falsetto), si recò a far visita a Rossini e il cigno di Pesaro, spiritoso come sempre, gli ingiunse di lasciare il suo do in anticamera. Duprez era il rivale fortunato di Adolphe Nourrit, il grande tenore che, dopo aver avuto ai suoi piedi le platee di Parigi e d'Europa, morì suicida (fu Chopin a suonare l`armonium ai suoi funerali). Fra Nourrit e Duprez era avvenuta una trasformazione nel canto, dal falsetto virtuosistico alla potenza eroica (i tedeschi coniarono la categoria del "tenore eroico”).  Rossini, del resto, aveva già assistito al tramonto dei castrati, l`ultimo dei quali, Giovanni Battista Velluti, cantò ancora nel l829 al King`s Theatre di Londra: tra gli ascoltatori, c`era il giovane Mendelssohn.  Con la nuova era, il canto serviva a definire un personaggio: non era più il "belcanto” fine a se stesso. Rossini aveva compiuto il passo definitivo nell`opera comica, con FIGARO e con ROSINA. Bellini, Donizetti e Verdi lo compirono nel melodramma, da NORMA a OTELLO, dando al canto nuove facoltà espressive, tipiche dell`Ottocento; Wagner, dal canto suo, si opponeva ferocemente al melodramma, e aveva inventato l`opera d'arte totale, con l’intento di rifondare il teatro musicale sul modello della tragedia greca. Un modello, mitico, che anche a Firenze, due secoli prima, in casa del conte de' Bardi, aveva ispirato ai membri della "camerata" il ”recitar cantando”, cui  risalgono le "origini del melodramma" o opera lirica. Ma la soluzione definitiva era stata trovata da Wolfgang Amadeus Mozart, che con LE NOZZE DI FIGARO, DON GIOVANNI e COSI' FAN TUTTE, aveva raggiunto il sublime, ovvero la sintesi perfetta e inimitabile fra parola e canto nel teatro musicale.  Nell`Ottocento, il divo asessuato settecentesco, il castrato caro agli aristocratici, venne sostituito dalla diva: Maria Malibran e Giuditta Pasta si contesero i favori dell`Europa borghese, appassionata lettrice di romanzi. Malibran, grande drammatica, capace di cantare perfettamente mentre vere lacrime le rigavano le guance. Pasta divina nelle seduzioni dei grandi gorgheggi, che Chopin ascoltava nei teatri parigini, accingendosi a trascriverli e a trasfigurarli nei preludi e nei notturni per pianoforte. I musicisti romantici inventarono cosi il "canto senza parole", come nelle Romanze di Mendelssohn.  Dopo Verdi nacquero ì grandi cantanti "veristi" per PAGLIACCI e CAVALLERIA RUSTICANA. Enrico Caruso fu il primo grande a lasciare nei dischi un tangibile ricordo della sua arte. Schipa, Gigli, Di Stefano, Carreras, Domingo e Pavarotti sono stati i suoi eredi che, pur diversi fra loro, hanno seguito un solo principio: il canto ha un senso soltanto se esprime, attraverso la parola, un autentico sentimento, vero, schietto, popolare. Più vicino alla cronaca, come nei Pagliacci, che alla letteratura della nuova Italia, da Verga a D`Annunzio.  E infine Maria Callas, “la divina” come ancora oggi viene chiamata, morta in solitudine a Parigi. Con lei il canto è davvero espressione di sentimenti, di qualcosa che tocca il profondo e l’inconscio, cosi come avevano affermato gli antichi Greci.




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